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Tratto da "Storia del Karate" di K. Tokitsu - Luni Editrice

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Analizzo il fenomeno del tōate dello Shintaidō nel modo seguente.
Durante le sedute di allenamento, esercitatevi ad alcuni movimenti le cui cadenze siano relativamente semplici. Immergetevi nella ripetizione di questi movimenti le cui cadenze siano relativamente semplici. Immergetevi nella ripetizione di questi movimenti con il corpo rilassato, fino allo sfinimento; otterrete allora la sensazione che il vostro corpo sia diventato come le alghe sul fondo del mare, che rispondono al minimo movimento delle correnti. Questi esercizi mirano a sopprimere provvisoriamente i comandi volontari, percezioni e azioni del corpo, per lasciarlo invadere da sensazioni di livello più arcaico. Si potrebbe dire che in voi la parte cosciente si è esaurita, mentre un'altra parte, più spontanea, più vicina al registro emozionale, predomina. In questa situazione l'acuità intuitiva aumenta e la sensibilità è più aperta agli stimoli degli altri. Se vi esercitate tenendo le mani di un partner, potrete sentire i suoi minimi movimenti. Continuando questi esercizi, comincerete a sentire, attraverso il contatto sottile delle mani, i movimenti della volontà del partner.
La sensazione importante è quella di una fusione con il partner. Quando sentite, con coloro che sono con voi, di fronte a voi, attorno a voi, la sensazione di essere profondamente insieme, il vostro corpo reagisce riflettendo le loro minime intenzioni. Visti dall'esterno, sembrerete in trance, e si potrebbe dire che lo siete effettivamente. Coltivando la sensazione di comunicazione interpersonale, energetica, in queste condizioni, potete sviluppare un'acutezza particolare, che vi permetterà di captare la presenza dell'altro: dapprima i suoi movimenti, poi le sue intenzioni.
In questo spazio interpersonale, ipersensibile, costruito su una reciproca fiducia, un partner potrà rispondere in modo dinamico a un'intenzione dell'altro. Quando i due partner sono lontani di qualche metro, se l'uno fa un movimento, con il pensiero di fondersi con l'altro, effettuando un'estensione volontaria e spontanea del proprio corpo nel suo spirito, l'altro, ipersensibile, reagirà come se fosse stato colpito da un'energia invisibile e sarà proiettato indietro. Ma, contrariamente all'impressione dello spettatore, chi sarà proiettato non sentirà il dolore che sentirebbe se venisse effettivamente colpito da un pugno. Al contrario, egli sentirà la forte, soddisfacente sensazione di effettuare un incontro e una fusione energetica notevole. In qualche modo avrà l'impressione di aver ricevuto una scarica elettrica non aggressiva, che avvolge la totalità del suo corpo, pur stimolando un punto centrale di quest'ultimo.
Questa esperienza risveglierà sensazioni differenti da quelle a cui siamo abituati. Durante l'allenamento, una persona può così imparare a liberare un livello di energia vitale, che nella vita quotidiana è tenuto sotto controllo. Quando, attraverso questi esercizi e queste esperienze, riesce ad eliminare queste pressioni, essa può provare una sensazione d'essere del tutto nuova. Così, queste esperienze possono aiutare coloro che provano certi malesseri di origine psicosomatica, a recuperare la salute facendo circolare meglio l'energia e permettendo loro di liberarsi di varie tensioni.
Ecco, presentata sommariamente, la mia analisi del processo del tōate. Vista dall'esterno, la situazione assomiglia a quella di una persona che si fa proiettare ricevendo un colpo, ma dobbiamo capire che non si tratta di un colpo simile a quello che si porta nel combattimento di arti marziali. Non sono simili né lo stato mentale né le conseguenze. Poiché nel combattimento i due avversari sono in opposizione, la loro energia combattiva si urta ed interferisce con quella dell'altro, mentre nel tōate i partner sono in armonia e cercano, ciascuno di fondersi con l'energia dell'altro. In combattimento, se uno degli avversari viene proiettato violentemente come nel tōate, ricevendo un colpo effettivo, rischia di essere ferito e di morire. Invece nel tōate chi è stato proiettato sentirà, ben dopo la ricezione, qualcosa come l'effetto di un trattamento radicale di benessere.
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Per ciò che concerne il karate di S. Egami, si impone un'altra domanda: quali sono la portata e le possibilità del suo karate, che esplora una nuova forma di efficacia prendendo una direzione mistica?

Abbiamo visto che, tecnicamente, egli è giunto ad un'efficacia mediante la quale i suoi allievi venivano proiettati senza che li toccasse. Il tōate, il colpo a distanza, significa precisamente: una tecnica che permette di dominare il proprio avversario senza toccarlo. S. Egami ha detto: "Se qualcuno attacca me, me che sono così malato, morirà". Secondo le testimonianze che ho raccolto, S. Egami sembrava aver acquisito una capacità particolare, malgrado le sofferenze continue. Le persone che mi hanno riferito queste testimonianze mi sono sembrate degne di fiducia. Se, alla fine della sua ricerca sull'efficacia del pugno nel karate, S. Egami ha acquisito una capacità del genere nello tsuki, questa scoperta mi sembra rivoluzionaria. Lo tsuki è una tecnica che da' un impatto toccando il corpo dell'avversario, trasmettendogli una forza a partire dal punto in cui lo si tocca.

La preoccupazione di S. Egami era, in primo luogo, di cercare come concentrare la forza al momento dell'impatto. Se egli è pervenuto a proiettare questa forza partendo da una posizione lontana e senza toccare il corpo dell'avversario, bisogna dire che è la forma di tsuki di più alto livello che possiamo immaginare.

In che misura la tecnica di tōate è efficace?
Questa domanda è oggi senza risposta, poiché Shigeru Egami è morto.

La tecnica del tōate è spesso mostrata nelle dimostrazioni di Shintaidō che sono la continuazione dell'idea della pratica che aveva S. Egami (Notiamo che il karate di S. Egami viene praticato oggi dai gruppi dello Shōtōkai e da quelli dello Shintaidō). Ma penso che ciò che si vede oggi nello Shintaidō non abbia la stessa qualità della tecnica di S. Egami . Se si tratta della stessa cosa, è allora piuttosto un fenomeno psicofisiologico che una tecnica.

fine prima parte ...
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L'idea dell'armonia e la via appariranno fragili e deboli a un principiante o a chi valorizza la forza fisica, ma niente è più forte dell'armonia e della via, poiché esse si situano sulla più alta vetta della ricerca di un'arte marziale».
Sul piano tecnico, le conseguenze sono il passaggio dalla durezza alla cedevolezza: «Le mie tecniche sono cambiate, andando dalla dispersione verso la concentrazione, dalla durezza del corpo verso la forza nella cedevolezza.
Tutto va verso lo stato naturale, cosa che ha per effetto di ringiovanire il corpo e lo spirito.
L'efficacia e il modo di espressione sono cambiati quando ho seguito il mio metodo di allenamento con tecniche di base, kata e combattimento.
I cambiamenti dovevano rendere la pratica più forte e più estetica.
Il ritmo dei movimenti tecnici equivale ad una musica, i tracciati disegnati nello spazio sono dipinti su una tela che è l'universo. Bisogna allenarsi al fine di fondersi con la natura e l'universo. La via del karate può servire da base a tutti i tipi di arte, ed essa è anche un risultato ultimo dell'arte marziale...»
S. Egami si interroga a lungo sulla via del karate e sul suo divenire:
«Bisogna dire che la situazione, nell'ambito attuale del karate è completamente degradata. Di fronte a questa situazione sento anch'io una responsabilità. Nella mia giovinezza, ho pensato e ho agito con l'idea direttrice di essere efficace in una situazione reale. Ho quindi praticato principalmente il combattimento libero, che è la forma originale dell'attuale combattimento da competizione. Per rendere potenti i miei pugni mi sono allenato al makiwara più rigido. Mi sono così allontanato dall'allenamento essenziale. Non capisco perché il karate continui, oggi, ad evolversi nella direzione errata, che era la nostra già molte decine di anni fa, all'opposto della direzione giusta. Se si definisce il karate come una pura competizione sportiva, non ho niente da dire. Ma non è tempo di riflettere, per ridefinire che cosa deve essere il karate?».
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L'interrogativo concerne il metodo delle diverse scuole di karate, come il Goju-ryu e l'Uechi-ryu, in cui gli adepti si esercitano alla forza e alla resistenza fisica e raggiungono effettivamente capacità notevoli.

Come dobbiamo considerarle? Anche questa domanda resta aperta.

Egami continua:
«Dopo questa tappa ho dovuto cominciare io stesso a dissodare un nuovo sentiero, e a seguirlo. La difficoltà e la durezza di questo lavoro superano ogni possibilità di esprimerli.

Ho avuto più volte voglia di abbandonare e di deviare da questa via. Si trattava di un lavoro in cui investivo la mia vita.

Ciò che posso fare adesso è rialzarmi, indicare a delle persone giovani la cima della montagna e mostrare loro come tracciare un sentiero.

Devo ammettere che sono un po' affaticato da questo lavoro. Non posso più andare all'assalto assieme ai giovani. Mi auguro che loro avanzino e vadano più lontano di me ...
Uno tsuki diventa uno tsuki dopo aver toccato il corpo dell'avversario.

È inutile preoccuparsi della velocità (che è solo uno stato dello tsuki prima di arrivare al bersaglio), ma occorre domandarsi se lo tsuki sia veramente efficace. Per questo bisogna allenarsi, esaminando lo stato e il movimento del vostro spirito come quello dell'avversario.
Ho riflettuto su questo tema e ho finito per scoprire un metodo spirituale, shinpô, mediante il quale la forza viene concentrata nella tecnica. La vera forza appare solamente quando il corpo e lo spirito riescono a formare un'unità.

Con queste acquisizioni, mi sono reimmerso negli allenamenti, che mi hanno portato a superare la situazione primaria dell'arte del combattimento, nel quale cercavo di vincere a tutti i costi, per andare verso una fusione con il mio avversario. Sono uscito dal mondo conflittuale e mi sono trovato in un mondo di armonia, e ho capito che era da quella parte che potevo trovare la via, la vera Via del Karate.

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Queste esperienze mi hanno indotto a diffidare del makiwara. Ma in fondo a me stesso pensavo che il mio colpo non era come quello degli altri, e ho continuato a cercare di colpire in maniere diverse, affrontando delle difficoltà.

Nel corso di questa ricerca, sono stato obbligato progressivamente a trasformare il modo di formare il pugno e ho finito per trasformarlo completamente.

La mia conclusione è stata la seguente: per effettuare uno tsuki efficace, non bisogna colpire come si impara abitualmente, occorre cambiare la forma del pugno. E se si assume questa forma efficace, non ci si può esercitare al makiwara. Era circa il 1958.

Proseguendo la mia ricerca, ho anche compreso che l'esercizio al makiwara non è solo inefficace, ma è nocivo per la salute. È evidente se si studia, anche poco, l'agopuntura o lo shiatsu».

Queste riflessioni, e le loro conclusioni, sono tanto più interessanti e importanti in quanto S. Egami ha inizialmente praticato in profondità la forma di karate che criticherà in seguito.

Per quanto riguarda il makiwara, per esempio, non si tratta della critica di una persona che ragiona senza aver mai praticato.
Egli formula la sua critica con il peso di venticinque anni di pratica. Una domanda semplice e grave si impone: perché allora l'allenamento al makiwara esiste ed è raccomandato nella tradizione del karate di Okinawa?

È forse fondamentalmente errato?

Si tratta forse di un problema relativo, dato che S. Egami avevva superato il metodo tradizionale del Karate di Okinawa e le sue considerazioni non si limitavano al makiwara, ma si estendevano al metodo nel suo insieme?



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Nella sua ricerca sull'efficacia dello tsuki, Shigeru Egami, in un primo tempo, si allena assiduamente al makiwara, poi se ne allontana. Ecco come descrive questo processo di evoluzione ed il suo esito:

«"Il makiwara è considerato come uno strumento indispensabile per l'esercizio del karate.

Ho pensato per lungo tempo al makiwara come al compagno della mia vita. Mi sono assiduamente esercitato al makiwara per 25 anni. In tutte le circostanze, non ho mai perso un giorno di lavoro al makiwara. Anche in viaggio mi portavo un makiwara, perché senza questo esercizio mi sentivo male.

Man mano che progredivo, il mio modo di pensare è cambiato. Mi sono progressivamente allontanato dal makiwara, trovandolo poco necessario, poi sono arrivato a non trovare alcun valore in questo esercizio, e infine, oggi, penso che il makiwara sia nocivo per il karate.

Un giorno d'autunno quando avevo all'incirca vent'anni, di fronte a un castagno del giardino, ho pensato: "Potrei far cadere tutte le castagne con un solo pugno contro il tronco?"

Ho grattato la corteccia per facilitare il contatto del mio pugno, poi ho colpito con tutta la mia forza. Con un piccolo rumore, è caduta solo qualche castagna, come per consolarmi; ero ben lontano dall'averle fatte cadere tutte.

Inoltre il mio pugno si è subito talmente gonfiato che mi sono chiesto con inquietudine se non si fosse definitivamente rotto.

Dopo questa esperienza ho ottenuto un pugno molto duro e solido ed ho potuto rompere delle assi e delle tegole, ma non ho mai potuto ottenere una fiducia assoluta nell'efficacia del colpo...

Ho incontrato talvolta persone che avevano i pugni callosi a forza di allenarsi al makiwara, in cui le prime articolazioni erano coperte di pelle cornea nera e spessa come quella del tallone. Erano mani terribili da guardare, ma quando ho domandato loro di colpirmi al ventre , ho constatato che i loro colpi non erano efficaci.

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Possiamo domandarci in che misura questa esperienza di ricevere colpi abbia avuto un'influenza negativa sullo stato di salute di S. Egami, che si è aggravato a partire dalla quarantina. Sulle foto di quest'epoca egli è esile e molto muscoloso. I suoi muscoli addominali gli hanno permesso di resistere ai colpi, ma non ha per caso accumulato in profondità traumatismi progressivi ai diversi organi? Tanto più che S. Egami aveva dei problemi digestivi fin dall'infanzia. Penso che questo interrogativo sia da prendere in considerazione, poiché questo problema non è stato ancora affrontato in modo scientifico. Anche se una persona giovane può resistere ai colpi in maniera apparentemente facile, non è probabile che essa accumuli ogni volta un leggero traumatismo che si manifesterà soltanto anni dopo, quando avrà superato una certa soglia d'età? Per coloro che cercano una pratica a lungo termine, è indispensabile che situino i loro allenamenti in una prospettiva sufficientemente lunga.
Possiamo ricavare delle lezioni di prudenza dall'esperienza di S. Egami.

S. Egami continua:
«Ho voluto sapere se il mio tsuki fosse veramente efficace o no, e come bisognava fare per ottenere uno tsuki efficace.
Ma non potevo provare su qualcuno.
Non avevo che una soluzione: invitare persone di ogni genere a colpirmi con tutta la loro forza sul ventre per studiare la qualità dei colpi.
Ho ricevuto colpi da karateka, pugili, kendoka, judoka, ecc...
Il risultato di questa ricerca è stato desolante, poiché ho dovuto constatare che lo tsuki del karate era il meno efficace. Ho dovuto riconoscere una cosa sconvolgente: più una persona aveva praticato a lungo il karate, più l'aveva praticato con serietà, meno il suo tsuki era efficace. Il colpo più penetrante era quello dei pugili. La cosa che più mi ha sorpreso, è che il colpo di una persona che non aveva mai praticato era spaventosamente penetrante.
Sono rimasto profondamente sconvolto da questo risultato. Perché un risultato del genere? Che cosa voleva dire? Quali sono le differenze? Che cos'è la vera efficacia? Da dove proviene una vera efficacia? Dovevo ripartire di nuovo alla ricerca dell'efficacia dello tsuki.
Per dominare la preoccupazione di essere inefficace, ho ricercato diversi modi di tirare uno tsuki e ho finito per concludere che la tecnica nel karate deve implicare una concentrazione. Innanzitutto ho cominciato col concentrare la forza fisicamente in un solo punto di impatto. Nel corso dell'esecuzione di attacchi e parate, ho cominciato a concentrare la forza sul punto sul quale tocco il corpo dell'avversario. Nel corso di questa ricerca ho capito che il problema della concentrazione non deve limitarsi alle leggi fisiche e che la cosa più importante è la concentrazione mentale.
Mentre mi ponevo questi interrogativi ho capito una cosa. Fino ad allora avevo praticato il karate con un'illusione fondamentale: confondevo la durezza con la forza e perseveravo nell'indurire il corpo pensando di ottenere più forza, quando invece indurire il corpo equivale a bloccare il movimento.
Questo è un errore fondamentale. Ho dovuto allora cominciare con il massaggiare e sciogliere il mio corpo che avevo indurito nel corso di tanti anni di sforzi.
Mi sono deciso a ripartire da zero, rigettando completamente quello che credevo di aver acquisito fino ad allora. Mi sono fissato come obiettivo di arrivare a forme e movimenti ingenui e spontanei, come se fossi ridiventato principiante. Quando ho provato con questo atteggiamento, ho scoperto che ottenevo una maggiore efficacia.
Ho compreso in quel momento l'insegnamento del Maestro Funakoshi: "Non bisogna mai andare contro la natura".
Mi sono ricordato allora dei differenti tsuki dei maestri. Il Maestro Funakoshi eseguiva uno tsuki in modo molto naturale e decontratto.
Il Maestro Shimoda tirava uno tsuki con leggerezza, ma non l'ho mai potuto parare, poiché il suo braccio non si spostava di un centimetro... poi il terribile furi-tsuki (tsuki frustato) del Maestro Yoshitaka Funakoshi...
Se l'attacco dell'avversario non ha vera efficacia, non avete bisogno di pararlo seriamente. Non avete neanche bisogno di tecnica. A uno tsuki veramente efficace dovete far fronte con una tecnica di parata seria o di schivata, e lì comincia il vero allenamento.
È così che ho potuto incominciare un vero allenamento. Lo tsuki dev'essere assolutamente efficace.
Per questo si deve pensare di far penetrare la sua forza fino all'infinito. Tutta la forza deve attraversare il corpo, senza essere, anche parzialmente, riflessa al momento del contatto.
Un vero colpo mortale è una concentrazione di forza su un punto. In altri termini: versate la totalità del vostro essere nel corpo dell'avversario.
L'efficacia, quindi, cambierà mediante lo stato di spirito.
Non si tratta di colpire come un ladro, che è la cosa più spregevole: bisogna acquisire uno tsuki naturale . . .».



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Dopo lunghi anni di pratica intensa, Shigeru Egami rimette in discussione le tecniche fondamentali del karate. Egli avanza due critiche radicali, che esamineremo successivamente:

- lo tsuki del karate non è efficace
- il makiwara è più dannoso che utile

Nei suoi testi sulla ricerca dell'efficacia, S. Egami si interroga principalmente sull'efficacia dello tsuki. Shôzan Kubota, più giovane di lui di qualche anno nello Shôtôkan, mi ha detto: " Lo tsuki del Maestro Egami era magnifico. La maggior parte degli allievi prendeva la sua tecnica come modello". Questa testimonianza dimostra che la tecnica di tsuki di S. Egami era esemplare; tuttavia egli aveva dei dubbi sulla sua tecnica, e ricercava uno tsuki veramente efficace. Era conosciuto per il suo tsuki, come per le sue tecniche di calcio, i keri. Ecco una testimonianza di Yukio Togawa, suo contemporaneo: «Ho visto per la prima volta il Maestro Egami una sera all'allenamento nel dôjô. C'erano due adepti che si allenavano in un angolo. Uno attaccava liberamente, concatenando violentemente gli tsuki, l'altro parava con i piedi tutti gli attacchi rinviando i pugni del suo avversario. Manteneva le proprie mani sulle anche e utilizzava con una mobilità sorprendente i piedi come fossero mani.

Di tanto in tanto schiaffeggiava con il piede la faccia dell'altro.

Sorpreso ho chiesto a chi mi stava vicino: "Chi è?".

Ho saputo che era lui, Egami. Credo che, tra gli allievi del Maestro Funakoshi, lui fosse il miglior tecnico nei calci . . .»

Torniamo al testo di Shigeru Egami:
«A lungo mi sono posto il problema di sapere se lo tsuki del karate fosse veramente efficace, e ne sono stato tormentato. Ho fatto tutti i tipi di prove di rottura: tavole, tegole, mattoni. Tuttavia, anche se potevo rompere dei mattoni, non ero certo dell'efficacia del mio tsuki contro il corpo umano.

Secondo la mia esperienza, il corpo umano è più resistente di quanto si creda, e lo spirito gli da' una consistenza del tutto differente da quella delle tegole o dei mattoni. Sono stato colto da un dubbio sull'efficacia del mio tsuki e, quando ho pensato "Il mio tsuki forse non è efficace", sono stato preso da una grande angoscia.

Ho posto la domanda a varie persone e ad amici karateka. Gli uni dicevano che è certamente efficace, e gi altri, che questo non è certo. In ogni caso nessuno diceva che lo tsuki del karate fosse assolutamente efficace.

Tuttavia la maggior parte delle persone dicevano che esiste uno tsuki che uccide in un solo colpo, cosa che, di fatto, è la ripresa di un luogo comune tradizionale del karate. Mi sembrava che ripetessero semplicemente quello che avevano sentito, o che credessero ciecamente, o tentassero di credere nell'efficacia del karate soffocando i dubbi e le angosce che erano in fondo al loro pensiero.

È evidentemente difficile provare l'efficacia contro il corpo umano. Vi sono tuttavia persone che hanno provato contro qualcuno ma, nella maggior parte dei casi, il risultato non è stato molto soddisfacente. Quando non era efficace, nascondevano in generale il loro fallimento. Perché un pugno sia efficace, bisogna impegnare la forza con una cadenza giusta. In una situazione di combattimento (kumite) molto seria succede qualche volta che un attacco di tsuki sia molto efficace, ma, anche allora, è molto lontano dallo "tsuki che uccide in un colpo solo".

Quando lo tsuki è efficace in questo tipo di situazione, è diverso da quello che pratichiamo nella tecnica di base (kihon) e nel kata. In realtà un karateka effettua il proprio tsuki diversamente, secondo che si tratti di esercizi di kihon, di kata o di kumite.

Penso che, nella maggior parte dei casi, quando uno tsuki è efficace, l'efficacia dipenda dal caso. Lo affermo a partire dalle mie esperienze, poiché ho esaminato l'efficacia degli tsuki, ricevendone io stesso sul mio ventre, precisamente sul plesso solare, diverse decine di migliaia fino ad oggi».

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Egli riporta questo aneddoto, che illustra l'allenamento che praticava tra i venticinque e i trent'anni, e i consigli dati da G. Funakoshi.

«Verso il 1936, i giovani allievi si sono riuniti attorno al M° Yoshitaka Funakoshi per costruire il dōjō centrale, che fu chiamato Shōtōkan partendo dallo pseudonimo in calligrafia del maestro Funakoshi.
Chiamavamo questo dōjō "Honbu dōjō" (dōjō centrale).
Eravamo tutti molto fieri di questo magnifico dojo che avevamo costruito noi stessi, cosa che stimolava l'atmosfera dell'allenamento.

I due maestri Funakoshi - Yoshitaka e Gichin - ci allenavano con un sorriso di soddisfazione.
Si era nel 1937 o 1938, poco dopo la fine dei miei studi all'università. Mi allenavo con accanimento, di giorno al dōjō dell'università e la sera al dōjō centrale.

Una sera mi allenavo allo spostamento nel kata Tekki in questo dojo, in cui non c'era nessuno. Parlando a me stesso, dico: "Senza posare il tallone, posare il piede con sokutō..." ed effettuo un fumikomi con determinazione; allora ho sentito un rumore secco del parquet.

Sorpreso, guardo il suolo.

Il mio sokutō ha rotto in due una delle assi del parquet nuovo. Anzi, non si è rotta, è come se l'avessi tagliata. Sono sorpreso e al tempo stesso contento di aver potuto realizzare una tale prodezza tecnica.

Ma poiché ho rotto il parquet del nuovo dōjō, vado a informare, scusandomi, il giovane Maestro (Yoshitaka).

Scende nel dōjō dicendo, "Ah, sì? Lei ha fatto questo? Ma non è facile da rompere".

Vedendo il parquet, lancia un'esclamazione: "Oh, è straordinario! Si direbbe che sia stato tagliato, non rotto. Per il parquet non è grave, è sufficiente farlo riparare".

Anziché farmi un rimprovero, egli è piuttosto elogiativo nei miei confronti e mi incoraggia.

Interiormente sono fiero e contento. E' in quel momento che mi accorgo della presenza del vecchio Maestro (Gichin).

"E' lei, Egami, che ha rotto questo parquet?"
"Sì, Maestro, le chiedo scusa".

Chiedendogli scusa, penso dentro di me che si congratulerà con me.

"Mi segua".

Lo seguo nella sua camera al primo piano. Seduto di fronte al Maestro, sono un po' preoccupato.
Dopo un momento di silenzio il Maestro dice: "Egami, lei ha fatto ancora una cosa del genere. Il vero allenamento non deve essere ciò che lei ha fatto.

Nell'allenamento di un tempo, non facevamo cose così brutali. In un vero allenamento, bisogna posare una porta di shoji (intelaiatura in legno su cui è steso un foglio di carta) sul suolo, e versarci sopra dell'acqua.
Si alleni su questo foglio senza strapparlo e si sposti senza rompere le fini armature di legno pur esercitandosi alle tecniche con potenza.

Capisce perché e cosa dobbiamo ricercare nella tecnica?"

Ecco un prezioso insegnamento che ho ricevuto dal mio Maestro».

Quali tipi di errori Shigeru Egami pensa di aver commesso in gioventù?

«Ho scoperto il karate verso il 1924, quando ero al liceo.

Gli strani movimenti e le tecniche di un capomastro di lavori edili, originario di Okinawa, mi sembravano misteriosi e mi incuriosivano; in seguito ho capito che era solo un principiante...

Qualche anno dopo, entrando all'università, ho cominciato seriamente il karate. L'allenamento era lontano dall'essere misterioso, si trattava di ripetizioni e di allenamenti sotto sforzo.

Questo allenamento ha soddisfatto il mio primo desiderio, diventare forte. Questo tipo di allenamento permetteva di rendere lo spirito combattivo e di rafforzare il corpo, ma ho capito, andando avanti, che si trattava di una forza fisica parziale e superficiale...

Mi sono allenato in tsuki e in keri con la volontà di diventare il più forte possibile, impegnando la mia vita, cosa che mi ha permesso di ottenere una forza notevole.

Ma nel corso del tempo ho dovuto comprendere i limiti della forza fisica e della forza umana, cosa che mi ha condotto a una riflessione sulla ricerca possibile.

Ho compreso i limiti di un essere umano e ho tentato di innalzarli, esplorando e creando nuove possibilità.
Chi è debole diventa forte, chi è forte diventa ancora più forte, ma vi è un limite nella ricerca della forza fisica.
Che cos'è la vera forza, che non si può ottenere attraverso un allenamento fisico spinto al limite? Esiste una cosa del genere?...

Quando ero giovane pensavo che il karate dovesse essere assolutamente efficace e ho praticato i combattimenti liberi e, per rinforzare lo tsuki, ho anche colpito un makiwara particolarmente solido; invece di utilizzare un'asse flessibile, ho utilizzato un palo quadrato di 9 cm. Ho così deviato dal vero karate...»


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Shigeru Egami pensa di aver seguito a lungo una via sbagliata nella sua ricerca del karate, malgrado le indicazioni di G. Funakoshi.

Egli scrive:«Ciò che scrivo qui non è che l'espressione del processo delle mie riflessioni e delle mie esperienze durante una quarantina d'anni di cammino nella via del karate.
Sarei felice se potessi portare un aiuto a chi cerca di diventare esperto di questa Via.

Penso che il Maestro Gichin Funakoshi abbia tentato di tracciare un sentiero durante i novant'anni della sua vita; ha seguito una via difficile.

Io sono arrivato fino a qui camminando saldamente e volontariamente sulla strada che ci ha indicato. Ma neanche procedere su un sentiero tracciato dai nostri predecessori è facile, poiché vi sono sempre dei problemi di stato mentale, per noi che siamo uomini comuni.

Anche se un sentiero è stato dissodato una volta, succede che si perda con il tempo.

Per questo alcuni si perdono e altri entrano in un labirinto a forza di voler trovare affrettatamente un'efficacia, ed esitano, talvolta, ad abbandonare questa penosa ricerca.

Tuttavia siamo felici, poiché vi è in ogni caso un sentiero che è stato tracciato almeno una volta.
E togliendo erbe e pietre, possiamo percepire le tracce del sentiero.

Un giorno della mia giovinezza mi sono perso, ho abbandonato questo sentiero e mi sono trovato in un labirinto... Ci ho messo del tempo a capire questa situazione, e per tornare sulla buona strada ho dovuto attraversare un periodo penoso e difficile.

Quando mi sono ritrovato sulla buona strada, avevo già più di quarant'anni.

Ma ritrovarmi in una giusta via mi ha riempito di gioia, e da quel giorno ho potuto far fronte a tutti i tipi di difficoltà e sono arrivato in ogni caso fino all'ultimo punto del sentiero che il mio Maestro aveva tracciato.
Non bisogna mai aver fretta, è la lezione che ho tratto dalle mie esperienze...»


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Nella sua ricerca, Shigeru Egami è stato fortemente influenzato da due altri maestri.

Due massime si riflettono direttamente nel suo insegnamento, quella di Morihei Ueshiba, fondatore dell'Aikidō: «Il fondamento dell'Aikidō, è l'amore», e quella di Hoken Inoue, fondatore del Shinwa-taido: «Bisogna captare l'energia unificante dell'universo».

H. Kudo continua: «Dopo il 1956, il Maestro Egami ha dovuto subire a due riprese degli interventi chirurgici e il suo stato di salute si è aggravato. Non poteva più mostrarci le tecniche in kimono d'allenamento.

"Sarò capace di essere un maestro di arti marziali senza potermi muovere?"

Questa domanda, che nessuno saprebbe affrontare, è diventata per lui il tema della sua vita dopo la quarantina.

Per di più sentiva un complesso d'inferiorità, poiché aveva dovuto rimettere in causa tutte le sue acquisizioni tecniche e doveva anche affrontare delle difficoltà economiche.

Era un karateka, ma, inchiodato sul suo letto di malato, non poteva allenarsi.

Meditando il proprio karate in questa situazione, è diventato capace di sentire la presenza di qualcuno con gli occhi chiusi, cosa che gli ha data una speranza e una nuova base su cui costruire il proprio karate».
Shigeru Egami: «Tre anni sono trascorsi da quando sono morto una volta. Si è trattato di una decina di minuti tutt'al più.

Sono venuto a sapere più tardi che ero stato vittima di una crisi cardiaca. Durante questi minuti ho fatto un'esperienza preziosa.

Di fronte alla morte, il dolore ultimo, l'agonia e la tristezza, la solitudine, in questo istante superavano qualsiasi descrizione.

Nella vita quotidiana, dicevo che bisogna vivere in permanenza con lo stato di spirito dei momenti difficili, e insegnavo questo stato di spirito nel karate.

Ma questa esperienza ha fatto crollare tutte le mie pretese.

Quando sono ritornato alla vita, che gioia è stata!

Tutto quello che vedevo brillava di luce, e ho avuto la gioia di poter sentire una vera vita. Sono stato riempito di tanta gioia e di piacere che parlavo spontaneamente a tutti».

Penso che le esperienze di Shigeru Egami di vivere molto vicino alla morte e anche, come scrive lui stesso, «di essere morto una volta», abbiano acuito a un grado considerevole le sue percezioni energetiche.

E' probabile che queste esperienze abbiano scatenato in lui una capacità eccezionale.

Su questo punto la testimonianza di Maseru Mizushima, membro del Consiglio di amministrazione dell'Associazione Shotokai, è interessante: «Ho cominciato il karate per diventare forte, ma il mio obiettivo è progressivamente cambiato... Nel dojo c'era una signora che era più avanzata di me di due kyu.

Quando facevamo degli esercizi di combattimento, io non potevo mai toccarla e lei mi proiettava; ne sono stato estremamente umiliato, cosa che mi ha dato uno slancio per allenarmi.

Ma durante l'allenamento, poiché ero sempre dominato dai miei condiscepoli, ho voluto vincere questa situazione.
E' allora che uno dei miei superiori mi ha portato dal Maestro Egami per la prima volta, e, commosso, non ho potuto pronunciare una parola.

In seguito ho cominciato a recarmi qualche volta dal Maestro e, ascoltandolo, ho cominciato a comprendere una nuova dimensione del karate.

Nel corso dell'allenamento, quando ho toccato per la prima volta la mano del Maestro, ho sudato enormemente senza apparente ragione.

Al primo esercizio di combattimento con il Maestro, senza che lui mi toccasse, sono stato proiettato e ho perduto conoscenza, fatto incomprensibile.

Il Maestro mi ha allenato nella stessa maniera a tre riprese. E da tre anni circa, quando mi alleno, mi succede di provocare questo stesso strano fenomeno.

E' così che ho constatato la profondità del karate-dō». M. Mizushima non è il solo a essere stato proiettato da Shigeru Egami senza che lui lo toccasse.

Un gran numero di adepti dello Shotokai testimoniano di esperienze simili.

Possiamo porci una domanda. Si tratta di un karate che si avvicina alla sua forma ideale?

Si tratta realmente di un fenomeno d'arte marziale?

La dinamica psichica esistente tra il Maestro e l'allievo, ne spiega la maggior parte?

Si tratta realmente di un fenomeno energetico che può essere esplorato da un metodo di karate che avrebbe scoperto Egami?

Lasciamo aperta la questione.

Torniamo al testo di H. Kudo: «Nel 1963, all'età di 50 anni, il Maestro Egami ha finito per scoprire che le onde magnetiche penetrano nel corpo umano a partire dal lato destro.
Da quel giorno, nello spazio di due o tre anni, è riuscito a fondare il karate a distanza, il karate con il tōate (dare un colpo senza toccare il corpo dell'avversario)...

Così ha avuto un nuovo inizio, a 50 anni, perché è riuscito a fare una fusione del corpo e dello spirito fondendo la sua fiacchezza, la sua debolezza e la sua agilità con le scoperte del ki, del toate e delle onde magnetiche del corpo umano.

Ma le difficoltà lo hanno sempre accompagnato, e ha dovuto essere ricoverato nel 1967, a seguito di una crisi cardiaca...».

Il 10 ottobre 1980, durante uno stage per insegnanti, lo stato di Shigeru Egami si aggrava. Viene trasportato all'ospedale, dove due giorni dopo ha un'emorragia cerebrale.

Non riprende coscienza e muore di polmonite l'8 gennaio 1981, all'età di 68 anni.



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Tratto da "Storia del Karate" di K. Tokitsu - Luni Editrice

Shigeru Egami è nato nel 1912 a Kyūshū, in una famiglia di commercianti.

Dopo il suo arrivo a Tōkyō, comincia con passione la pratica del karate. In precedenza era stato iniziato al judō, verso l'età di tredici anni.

Dopo aver passato, con qualche difficoltà, il concorso per entrare all'università di Waseda di Tōkyō, comincia gli studi di commercio; ma è il karate che invece scopre.

E', in questa università, il primo allievo di G.Funakoshi, al quale resterà fedele per tutta la vita.
Il suo allievo, Haruo Kudo, direttore del club di karate dell'università Gakushuin, riassume così l'itinerario del maestro: «Per tutta la vita, il Maestro Egami è stato il primo discepolo del Maestro Gichin Funakoshi.

Il Maestro Egami diceva: "Il karate del M° Funakoshi, nella sua giovinezza, ha dovuto essere morbido e senza eccesso di forza. Bisogna che il nostro karate divenga simile, ispirandosi a questo modello".
Perciò ritengo che il karate del M° Egami sia dello stile Funakoshi-Egami, che ispira la scuola di Shōtōkan superiore.

Negli anni trenta il M° Egami sognava di costruire il karate con il M° Yoshitaka Funakoshi, partendo dall'insegnamento del M° Gichin Funakoshi. Ma il M° Yoshitaka è morto giovane, per questo il M° Egami ha dovuto continuare da solo, con il cuore pieno di lacrime, il loro lavoro di costruzione della scuola dello Shōtōkan superiore...

Verso il 1955, quando il Maestro Egami aveva poco più di 40 anni, ha cominciato, nel suo insegnamento al dōjō della nostra Università, la ricerca di un karate morbido, senza eccesso di forza. Ha respinto coraggiosamente le concezioni e le tecniche di karate che aveva acquisito fino ad allora. Trasformava tutte le tecniche fondamentali, per questo gli allievi avanzati hanno avuto un complesso di inferiorità rispetto ai principianti, che potevano imparare direttamente le tecniche nuove. Ma penso che sia il Maestro Egami, che ha dovuto sentire il più grande complesso di inferiorità. Durante gli stages, ho avuto l'occasione di parlare con il Maestro Egami, con il quale passavamo una decina di ore ogni giorno. Il Maestro valutava le tecniche e le personalità con grande freschezza di spirito.

Aveva cominciato a studiare i cicli energetici della luna e del sole.

Poneva, anche a me, domande sulla telepatia e il toate (colpo a distanza)... Diceva che per uno tsuki bisogna mirare due metri al di là del bersaglio, che poteva sapere come si allenavano i suoi allievi senza guardarli, che sarebbe possibile far cadere una persona senza toccarla , ecc...»

In effetti, nell'ultima parte della sua vita, Shigeru Egami si orienta verso la ricerca energetica e la comunicazione interpersonale, e orienta il proprio karate verso il misticismo.

Possiamo pensare che lo stato della sua salute abbia avuto un'influenza importante su questa evoluzione e sulla sua ricerca dell'efficacia.

Infatti, ha avuto fin dall'infanzia problemi digestivi e all'età di 24 anni è stato colpito dalla tubercolosi in seguito a una polmonite. Tuttavia, prima e dopo le sue malattie, Shigeru Egami era rinomato per avere un corpo particolarmente solido.

Era fiero dei suoi muscoli - «d'acciaio» dicevano i suoi condiscepoli. Ma, a partire dalla quarantina, soffre periodicamente di mal di stomaco, di polmoni e di cuore, che si aggravano di anno in anno.

Penso che queste esperienze abbiano orientato la sua ricerca nel karate, creando in lui un'attitudine introspettiva.

fine prima parte ...



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di Marco Forti

Il termine Shōtōkai significa gruppo, collegio di Shoto (Shoto era lo pseudonimo usato dal Maestro Gichin Funakoshi per firmare le proprie poesie).La traduzione letterale del termine Shōtō è "onde di pino" ed il Mº Funakoshi spiegò il motivo della scelta del termine nel suo libro "Karate-Do - My Way Of Life": «...La città fortificata di Shuri dove sono nato è circondata da colline con foreste di pini delle Ryukyu e vegetazione sub-tropicale, fra cui il monte Torao... La parola Torao significa "coda di tigre", termine appropriato poiché la montagna era molto stretta e così foltamente boscosa che, vista da lontano, sembrava proprio la coda di una tigre... Quando avevo tempo, solevo passeggiare sul monte Torao...se accadeva che ci fosse anche un pò di vento, si poteva udire lo stormire dei pini e sentire il profondo impenetrabile mistero che si trova all'origine di tutta la vita... Godere la solitudine ascoltando il vento fischiare attraverso i pini mi sembrava un'eccellente maniera per raggiungere la pace della mente che il Karate richiede...queste sensazioni sono sempre state parte di me, fin dall'infanzia: decisi cosi' che "SHŌTŌ" era il miglior nome con il quale firmare le mie poesie.»

Il Dojo in cui il Mº Funakoshi insegnava a Tōkyō venne chiamato Shōtōkan (Kan = casa, edificio) mentre Shōtōkai è il nome dell'associazione fondata nel 1935 dagli allievi del Maestro per la diffusione del Karate-dō e per raccogliere fondi per la costruzione del dōjō centrale.Poiché i suoi allievi provenivano dallo Shōtōkan, presto si confuse il nome della scuola con quello del suo metodo (che Funakoshi chiamava semplicemente Karate-dō).Il Dōjō centrale (Shōtōkan) e la casa del M° Funakoshi appartengono oggi alla Nihon Karate-dō Shōtōkai Kyōkai (Japan Karate-dō Shōtōkai Association).Il M° Funakoshi fu quindi fondatore del dojo Shōtōkan e del gruppo Shōtōkai.Alla quida di quest'ultimo gli successe, quale responsabile, il M° Shigeru Egami che continuò l'evoluzione del Karate quale arte marziale tradizionale fino alla forma che oggi è chiamata stile Shōtōkai.

Per approfondimenti: http://www.seishinkai-cesena.it/page.php?21