Tratto da "Storia del Karate" di K. Tokitsu - Luni Editrice
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Egli riporta questo aneddoto, che illustra l'allenamento che praticava tra i venticinque e i trent'anni, e i consigli dati da G. Funakoshi.
«Verso il 1936, i giovani allievi si sono riuniti attorno al M° Yoshitaka Funakoshi per costruire il dōjō centrale, che fu chiamato Shōtōkan partendo dallo pseudonimo in calligrafia del maestro Funakoshi.
Chiamavamo questo dōjō "Honbu dōjō" (dōjō centrale).
Eravamo tutti molto fieri di questo magnifico dojo che avevamo costruito noi stessi, cosa che stimolava l'atmosfera dell'allenamento.
I due maestri Funakoshi - Yoshitaka e Gichin - ci allenavano con un sorriso di soddisfazione.
Si era nel 1937 o 1938, poco dopo la fine dei miei studi all'università. Mi allenavo con accanimento, di giorno al dōjō dell'università e la sera al dōjō centrale.
Una sera mi allenavo allo spostamento nel kata Tekki in questo dojo, in cui non c'era nessuno. Parlando a me stesso, dico: "Senza posare il tallone, posare il piede con sokutō..." ed effettuo un fumikomi con determinazione; allora ho sentito un rumore secco del parquet.
Sorpreso, guardo il suolo.
Il mio sokutō ha rotto in due una delle assi del parquet nuovo. Anzi, non si è rotta, è come se l'avessi tagliata. Sono sorpreso e al tempo stesso contento di aver potuto realizzare una tale prodezza tecnica.
Ma poiché ho rotto il parquet del nuovo dōjō, vado a informare, scusandomi, il giovane Maestro (Yoshitaka).
Scende nel dōjō dicendo, "Ah, sì? Lei ha fatto questo? Ma non è facile da rompere".
Vedendo il parquet, lancia un'esclamazione: "Oh, è straordinario! Si direbbe che sia stato tagliato, non rotto. Per il parquet non è grave, è sufficiente farlo riparare".
Anziché farmi un rimprovero, egli è piuttosto elogiativo nei miei confronti e mi incoraggia.
Interiormente sono fiero e contento. E' in quel momento che mi accorgo della presenza del vecchio Maestro (Gichin).
"E' lei, Egami, che ha rotto questo parquet?"
"Sì, Maestro, le chiedo scusa".
Chiedendogli scusa, penso dentro di me che si congratulerà con me.
"Mi segua".
Lo seguo nella sua camera al primo piano. Seduto di fronte al Maestro, sono un po' preoccupato.
Dopo un momento di silenzio il Maestro dice: "Egami, lei ha fatto ancora una cosa del genere. Il vero allenamento non deve essere ciò che lei ha fatto.
Nell'allenamento di un tempo, non facevamo cose così brutali. In un vero allenamento, bisogna posare una porta di shoji (intelaiatura in legno su cui è steso un foglio di carta) sul suolo, e versarci sopra dell'acqua.
Si alleni su questo foglio senza strapparlo e si sposti senza rompere le fini armature di legno pur esercitandosi alle tecniche con potenza.
Capisce perché e cosa dobbiamo ricercare nella tecnica?"
Ecco un prezioso insegnamento che ho ricevuto dal mio Maestro».
Quali tipi di errori Shigeru Egami pensa di aver commesso in gioventù?
«Ho scoperto il karate verso il 1924, quando ero al liceo.
Gli strani movimenti e le tecniche di un capomastro di lavori edili, originario di Okinawa, mi sembravano misteriosi e mi incuriosivano; in seguito ho capito che era solo un principiante...
Qualche anno dopo, entrando all'università, ho cominciato seriamente il karate. L'allenamento era lontano dall'essere misterioso, si trattava di ripetizioni e di allenamenti sotto sforzo.
Questo allenamento ha soddisfatto il mio primo desiderio, diventare forte. Questo tipo di allenamento permetteva di rendere lo spirito combattivo e di rafforzare il corpo, ma ho capito, andando avanti, che si trattava di una forza fisica parziale e superficiale...
Mi sono allenato in tsuki e in keri con la volontà di diventare il più forte possibile, impegnando la mia vita, cosa che mi ha permesso di ottenere una forza notevole.
Ma nel corso del tempo ho dovuto comprendere i limiti della forza fisica e della forza umana, cosa che mi ha condotto a una riflessione sulla ricerca possibile.
Ho compreso i limiti di un essere umano e ho tentato di innalzarli, esplorando e creando nuove possibilità.
Chi è debole diventa forte, chi è forte diventa ancora più forte, ma vi è un limite nella ricerca della forza fisica.
Che cos'è la vera forza, che non si può ottenere attraverso un allenamento fisico spinto al limite? Esiste una cosa del genere?...
Quando ero giovane pensavo che il karate dovesse essere assolutamente efficace e ho praticato i combattimenti liberi e, per rinforzare lo tsuki, ho anche colpito un makiwara particolarmente solido; invece di utilizzare un'asse flessibile, ho utilizzato un palo quadrato di 9 cm. Ho così deviato dal vero karate...»
Egli riporta questo aneddoto, che illustra l'allenamento che praticava tra i venticinque e i trent'anni, e i consigli dati da G. Funakoshi.
«Verso il 1936, i giovani allievi si sono riuniti attorno al M° Yoshitaka Funakoshi per costruire il dōjō centrale, che fu chiamato Shōtōkan partendo dallo pseudonimo in calligrafia del maestro Funakoshi.
Chiamavamo questo dōjō "Honbu dōjō" (dōjō centrale).
Eravamo tutti molto fieri di questo magnifico dojo che avevamo costruito noi stessi, cosa che stimolava l'atmosfera dell'allenamento.
I due maestri Funakoshi - Yoshitaka e Gichin - ci allenavano con un sorriso di soddisfazione.
Si era nel 1937 o 1938, poco dopo la fine dei miei studi all'università. Mi allenavo con accanimento, di giorno al dōjō dell'università e la sera al dōjō centrale.
Una sera mi allenavo allo spostamento nel kata Tekki in questo dojo, in cui non c'era nessuno. Parlando a me stesso, dico: "Senza posare il tallone, posare il piede con sokutō..." ed effettuo un fumikomi con determinazione; allora ho sentito un rumore secco del parquet.
Sorpreso, guardo il suolo.
Il mio sokutō ha rotto in due una delle assi del parquet nuovo. Anzi, non si è rotta, è come se l'avessi tagliata. Sono sorpreso e al tempo stesso contento di aver potuto realizzare una tale prodezza tecnica.
Ma poiché ho rotto il parquet del nuovo dōjō, vado a informare, scusandomi, il giovane Maestro (Yoshitaka).
Scende nel dōjō dicendo, "Ah, sì? Lei ha fatto questo? Ma non è facile da rompere".
Vedendo il parquet, lancia un'esclamazione: "Oh, è straordinario! Si direbbe che sia stato tagliato, non rotto. Per il parquet non è grave, è sufficiente farlo riparare".
Anziché farmi un rimprovero, egli è piuttosto elogiativo nei miei confronti e mi incoraggia.
Interiormente sono fiero e contento. E' in quel momento che mi accorgo della presenza del vecchio Maestro (Gichin).
"E' lei, Egami, che ha rotto questo parquet?"
"Sì, Maestro, le chiedo scusa".
Chiedendogli scusa, penso dentro di me che si congratulerà con me.
"Mi segua".
Lo seguo nella sua camera al primo piano. Seduto di fronte al Maestro, sono un po' preoccupato.
Dopo un momento di silenzio il Maestro dice: "Egami, lei ha fatto ancora una cosa del genere. Il vero allenamento non deve essere ciò che lei ha fatto.
Nell'allenamento di un tempo, non facevamo cose così brutali. In un vero allenamento, bisogna posare una porta di shoji (intelaiatura in legno su cui è steso un foglio di carta) sul suolo, e versarci sopra dell'acqua.
Si alleni su questo foglio senza strapparlo e si sposti senza rompere le fini armature di legno pur esercitandosi alle tecniche con potenza.
Capisce perché e cosa dobbiamo ricercare nella tecnica?"
Ecco un prezioso insegnamento che ho ricevuto dal mio Maestro».
Quali tipi di errori Shigeru Egami pensa di aver commesso in gioventù?
«Ho scoperto il karate verso il 1924, quando ero al liceo.
Gli strani movimenti e le tecniche di un capomastro di lavori edili, originario di Okinawa, mi sembravano misteriosi e mi incuriosivano; in seguito ho capito che era solo un principiante...
Qualche anno dopo, entrando all'università, ho cominciato seriamente il karate. L'allenamento era lontano dall'essere misterioso, si trattava di ripetizioni e di allenamenti sotto sforzo.
Questo allenamento ha soddisfatto il mio primo desiderio, diventare forte. Questo tipo di allenamento permetteva di rendere lo spirito combattivo e di rafforzare il corpo, ma ho capito, andando avanti, che si trattava di una forza fisica parziale e superficiale...
Mi sono allenato in tsuki e in keri con la volontà di diventare il più forte possibile, impegnando la mia vita, cosa che mi ha permesso di ottenere una forza notevole.
Ma nel corso del tempo ho dovuto comprendere i limiti della forza fisica e della forza umana, cosa che mi ha condotto a una riflessione sulla ricerca possibile.
Ho compreso i limiti di un essere umano e ho tentato di innalzarli, esplorando e creando nuove possibilità.
Chi è debole diventa forte, chi è forte diventa ancora più forte, ma vi è un limite nella ricerca della forza fisica.
Che cos'è la vera forza, che non si può ottenere attraverso un allenamento fisico spinto al limite? Esiste una cosa del genere?...
Quando ero giovane pensavo che il karate dovesse essere assolutamente efficace e ho praticato i combattimenti liberi e, per rinforzare lo tsuki, ho anche colpito un makiwara particolarmente solido; invece di utilizzare un'asse flessibile, ho utilizzato un palo quadrato di 9 cm. Ho così deviato dal vero karate...»
© Kenji Tokitsu. Tutti i diritti riservati.
Riprodotto con l'espressa autorizzazione dell'autore
ogni riproduzione non autorizzata è proibita.
L'autore può essere contattato all'indirizzo: http://www.tokitsu.com
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