Tratto da "Storia del Karate" di K. Tokitsu - Luni Editrice

L'interrogativo concerne il metodo delle diverse scuole di karate, come il Goju-ryu e l'Uechi-ryu, in cui gli adepti si esercitano alla forza e alla resistenza fisica e raggiungono effettivamente capacità notevoli.

Come dobbiamo considerarle? Anche questa domanda resta aperta.

Egami continua:
«Dopo questa tappa ho dovuto cominciare io stesso a dissodare un nuovo sentiero, e a seguirlo. La difficoltà e la durezza di questo lavoro superano ogni possibilità di esprimerli.

Ho avuto più volte voglia di abbandonare e di deviare da questa via. Si trattava di un lavoro in cui investivo la mia vita.

Ciò che posso fare adesso è rialzarmi, indicare a delle persone giovani la cima della montagna e mostrare loro come tracciare un sentiero.

Devo ammettere che sono un po' affaticato da questo lavoro. Non posso più andare all'assalto assieme ai giovani. Mi auguro che loro avanzino e vadano più lontano di me ...
Uno tsuki diventa uno tsuki dopo aver toccato il corpo dell'avversario.

È inutile preoccuparsi della velocità (che è solo uno stato dello tsuki prima di arrivare al bersaglio), ma occorre domandarsi se lo tsuki sia veramente efficace. Per questo bisogna allenarsi, esaminando lo stato e il movimento del vostro spirito come quello dell'avversario.
Ho riflettuto su questo tema e ho finito per scoprire un metodo spirituale, shinpô, mediante il quale la forza viene concentrata nella tecnica. La vera forza appare solamente quando il corpo e lo spirito riescono a formare un'unità.

Con queste acquisizioni, mi sono reimmerso negli allenamenti, che mi hanno portato a superare la situazione primaria dell'arte del combattimento, nel quale cercavo di vincere a tutti i costi, per andare verso una fusione con il mio avversario. Sono uscito dal mondo conflittuale e mi sono trovato in un mondo di armonia, e ho capito che era da quella parte che potevo trovare la via, la vera Via del Karate.

fine prima parte ...
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continua dal post precedente ...

Queste esperienze mi hanno indotto a diffidare del makiwara. Ma in fondo a me stesso pensavo che il mio colpo non era come quello degli altri, e ho continuato a cercare di colpire in maniere diverse, affrontando delle difficoltà.

Nel corso di questa ricerca, sono stato obbligato progressivamente a trasformare il modo di formare il pugno e ho finito per trasformarlo completamente.

La mia conclusione è stata la seguente: per effettuare uno tsuki efficace, non bisogna colpire come si impara abitualmente, occorre cambiare la forma del pugno. E se si assume questa forma efficace, non ci si può esercitare al makiwara. Era circa il 1958.

Proseguendo la mia ricerca, ho anche compreso che l'esercizio al makiwara non è solo inefficace, ma è nocivo per la salute. È evidente se si studia, anche poco, l'agopuntura o lo shiatsu».

Queste riflessioni, e le loro conclusioni, sono tanto più interessanti e importanti in quanto S. Egami ha inizialmente praticato in profondità la forma di karate che criticherà in seguito.

Per quanto riguarda il makiwara, per esempio, non si tratta della critica di una persona che ragiona senza aver mai praticato.
Egli formula la sua critica con il peso di venticinque anni di pratica. Una domanda semplice e grave si impone: perché allora l'allenamento al makiwara esiste ed è raccomandato nella tradizione del karate di Okinawa?

È forse fondamentalmente errato?

Si tratta forse di un problema relativo, dato che S. Egami avevva superato il metodo tradizionale del Karate di Okinawa e le sue considerazioni non si limitavano al makiwara, ma si estendevano al metodo nel suo insieme?



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Nella sua ricerca sull'efficacia dello tsuki, Shigeru Egami, in un primo tempo, si allena assiduamente al makiwara, poi se ne allontana. Ecco come descrive questo processo di evoluzione ed il suo esito:

«"Il makiwara è considerato come uno strumento indispensabile per l'esercizio del karate.

Ho pensato per lungo tempo al makiwara come al compagno della mia vita. Mi sono assiduamente esercitato al makiwara per 25 anni. In tutte le circostanze, non ho mai perso un giorno di lavoro al makiwara. Anche in viaggio mi portavo un makiwara, perché senza questo esercizio mi sentivo male.

Man mano che progredivo, il mio modo di pensare è cambiato. Mi sono progressivamente allontanato dal makiwara, trovandolo poco necessario, poi sono arrivato a non trovare alcun valore in questo esercizio, e infine, oggi, penso che il makiwara sia nocivo per il karate.

Un giorno d'autunno quando avevo all'incirca vent'anni, di fronte a un castagno del giardino, ho pensato: "Potrei far cadere tutte le castagne con un solo pugno contro il tronco?"

Ho grattato la corteccia per facilitare il contatto del mio pugno, poi ho colpito con tutta la mia forza. Con un piccolo rumore, è caduta solo qualche castagna, come per consolarmi; ero ben lontano dall'averle fatte cadere tutte.

Inoltre il mio pugno si è subito talmente gonfiato che mi sono chiesto con inquietudine se non si fosse definitivamente rotto.

Dopo questa esperienza ho ottenuto un pugno molto duro e solido ed ho potuto rompere delle assi e delle tegole, ma non ho mai potuto ottenere una fiducia assoluta nell'efficacia del colpo...

Ho incontrato talvolta persone che avevano i pugni callosi a forza di allenarsi al makiwara, in cui le prime articolazioni erano coperte di pelle cornea nera e spessa come quella del tallone. Erano mani terribili da guardare, ma quando ho domandato loro di colpirmi al ventre , ho constatato che i loro colpi non erano efficaci.

fine prima parte ...


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...continua dal post precedente...

Possiamo domandarci in che misura questa esperienza di ricevere colpi abbia avuto un'influenza negativa sullo stato di salute di S. Egami, che si è aggravato a partire dalla quarantina. Sulle foto di quest'epoca egli è esile e molto muscoloso. I suoi muscoli addominali gli hanno permesso di resistere ai colpi, ma non ha per caso accumulato in profondità traumatismi progressivi ai diversi organi? Tanto più che S. Egami aveva dei problemi digestivi fin dall'infanzia. Penso che questo interrogativo sia da prendere in considerazione, poiché questo problema non è stato ancora affrontato in modo scientifico. Anche se una persona giovane può resistere ai colpi in maniera apparentemente facile, non è probabile che essa accumuli ogni volta un leggero traumatismo che si manifesterà soltanto anni dopo, quando avrà superato una certa soglia d'età? Per coloro che cercano una pratica a lungo termine, è indispensabile che situino i loro allenamenti in una prospettiva sufficientemente lunga.
Possiamo ricavare delle lezioni di prudenza dall'esperienza di S. Egami.

S. Egami continua:
«Ho voluto sapere se il mio tsuki fosse veramente efficace o no, e come bisognava fare per ottenere uno tsuki efficace.
Ma non potevo provare su qualcuno.
Non avevo che una soluzione: invitare persone di ogni genere a colpirmi con tutta la loro forza sul ventre per studiare la qualità dei colpi.
Ho ricevuto colpi da karateka, pugili, kendoka, judoka, ecc...
Il risultato di questa ricerca è stato desolante, poiché ho dovuto constatare che lo tsuki del karate era il meno efficace. Ho dovuto riconoscere una cosa sconvolgente: più una persona aveva praticato a lungo il karate, più l'aveva praticato con serietà, meno il suo tsuki era efficace. Il colpo più penetrante era quello dei pugili. La cosa che più mi ha sorpreso, è che il colpo di una persona che non aveva mai praticato era spaventosamente penetrante.
Sono rimasto profondamente sconvolto da questo risultato. Perché un risultato del genere? Che cosa voleva dire? Quali sono le differenze? Che cos'è la vera efficacia? Da dove proviene una vera efficacia? Dovevo ripartire di nuovo alla ricerca dell'efficacia dello tsuki.
Per dominare la preoccupazione di essere inefficace, ho ricercato diversi modi di tirare uno tsuki e ho finito per concludere che la tecnica nel karate deve implicare una concentrazione. Innanzitutto ho cominciato col concentrare la forza fisicamente in un solo punto di impatto. Nel corso dell'esecuzione di attacchi e parate, ho cominciato a concentrare la forza sul punto sul quale tocco il corpo dell'avversario. Nel corso di questa ricerca ho capito che il problema della concentrazione non deve limitarsi alle leggi fisiche e che la cosa più importante è la concentrazione mentale.
Mentre mi ponevo questi interrogativi ho capito una cosa. Fino ad allora avevo praticato il karate con un'illusione fondamentale: confondevo la durezza con la forza e perseveravo nell'indurire il corpo pensando di ottenere più forza, quando invece indurire il corpo equivale a bloccare il movimento.
Questo è un errore fondamentale. Ho dovuto allora cominciare con il massaggiare e sciogliere il mio corpo che avevo indurito nel corso di tanti anni di sforzi.
Mi sono deciso a ripartire da zero, rigettando completamente quello che credevo di aver acquisito fino ad allora. Mi sono fissato come obiettivo di arrivare a forme e movimenti ingenui e spontanei, come se fossi ridiventato principiante. Quando ho provato con questo atteggiamento, ho scoperto che ottenevo una maggiore efficacia.
Ho compreso in quel momento l'insegnamento del Maestro Funakoshi: "Non bisogna mai andare contro la natura".
Mi sono ricordato allora dei differenti tsuki dei maestri. Il Maestro Funakoshi eseguiva uno tsuki in modo molto naturale e decontratto.
Il Maestro Shimoda tirava uno tsuki con leggerezza, ma non l'ho mai potuto parare, poiché il suo braccio non si spostava di un centimetro... poi il terribile furi-tsuki (tsuki frustato) del Maestro Yoshitaka Funakoshi...
Se l'attacco dell'avversario non ha vera efficacia, non avete bisogno di pararlo seriamente. Non avete neanche bisogno di tecnica. A uno tsuki veramente efficace dovete far fronte con una tecnica di parata seria o di schivata, e lì comincia il vero allenamento.
È così che ho potuto incominciare un vero allenamento. Lo tsuki dev'essere assolutamente efficace.
Per questo si deve pensare di far penetrare la sua forza fino all'infinito. Tutta la forza deve attraversare il corpo, senza essere, anche parzialmente, riflessa al momento del contatto.
Un vero colpo mortale è una concentrazione di forza su un punto. In altri termini: versate la totalità del vostro essere nel corpo dell'avversario.
L'efficacia, quindi, cambierà mediante lo stato di spirito.
Non si tratta di colpire come un ladro, che è la cosa più spregevole: bisogna acquisire uno tsuki naturale . . .».



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Dopo lunghi anni di pratica intensa, Shigeru Egami rimette in discussione le tecniche fondamentali del karate. Egli avanza due critiche radicali, che esamineremo successivamente:

- lo tsuki del karate non è efficace
- il makiwara è più dannoso che utile

Nei suoi testi sulla ricerca dell'efficacia, S. Egami si interroga principalmente sull'efficacia dello tsuki. Shôzan Kubota, più giovane di lui di qualche anno nello Shôtôkan, mi ha detto: " Lo tsuki del Maestro Egami era magnifico. La maggior parte degli allievi prendeva la sua tecnica come modello". Questa testimonianza dimostra che la tecnica di tsuki di S. Egami era esemplare; tuttavia egli aveva dei dubbi sulla sua tecnica, e ricercava uno tsuki veramente efficace. Era conosciuto per il suo tsuki, come per le sue tecniche di calcio, i keri. Ecco una testimonianza di Yukio Togawa, suo contemporaneo: «Ho visto per la prima volta il Maestro Egami una sera all'allenamento nel dôjô. C'erano due adepti che si allenavano in un angolo. Uno attaccava liberamente, concatenando violentemente gli tsuki, l'altro parava con i piedi tutti gli attacchi rinviando i pugni del suo avversario. Manteneva le proprie mani sulle anche e utilizzava con una mobilità sorprendente i piedi come fossero mani.

Di tanto in tanto schiaffeggiava con il piede la faccia dell'altro.

Sorpreso ho chiesto a chi mi stava vicino: "Chi è?".

Ho saputo che era lui, Egami. Credo che, tra gli allievi del Maestro Funakoshi, lui fosse il miglior tecnico nei calci . . .»

Torniamo al testo di Shigeru Egami:
«A lungo mi sono posto il problema di sapere se lo tsuki del karate fosse veramente efficace, e ne sono stato tormentato. Ho fatto tutti i tipi di prove di rottura: tavole, tegole, mattoni. Tuttavia, anche se potevo rompere dei mattoni, non ero certo dell'efficacia del mio tsuki contro il corpo umano.

Secondo la mia esperienza, il corpo umano è più resistente di quanto si creda, e lo spirito gli da' una consistenza del tutto differente da quella delle tegole o dei mattoni. Sono stato colto da un dubbio sull'efficacia del mio tsuki e, quando ho pensato "Il mio tsuki forse non è efficace", sono stato preso da una grande angoscia.

Ho posto la domanda a varie persone e ad amici karateka. Gli uni dicevano che è certamente efficace, e gi altri, che questo non è certo. In ogni caso nessuno diceva che lo tsuki del karate fosse assolutamente efficace.

Tuttavia la maggior parte delle persone dicevano che esiste uno tsuki che uccide in un solo colpo, cosa che, di fatto, è la ripresa di un luogo comune tradizionale del karate. Mi sembrava che ripetessero semplicemente quello che avevano sentito, o che credessero ciecamente, o tentassero di credere nell'efficacia del karate soffocando i dubbi e le angosce che erano in fondo al loro pensiero.

È evidentemente difficile provare l'efficacia contro il corpo umano. Vi sono tuttavia persone che hanno provato contro qualcuno ma, nella maggior parte dei casi, il risultato non è stato molto soddisfacente. Quando non era efficace, nascondevano in generale il loro fallimento. Perché un pugno sia efficace, bisogna impegnare la forza con una cadenza giusta. In una situazione di combattimento (kumite) molto seria succede qualche volta che un attacco di tsuki sia molto efficace, ma, anche allora, è molto lontano dallo "tsuki che uccide in un colpo solo".

Quando lo tsuki è efficace in questo tipo di situazione, è diverso da quello che pratichiamo nella tecnica di base (kihon) e nel kata. In realtà un karateka effettua il proprio tsuki diversamente, secondo che si tratti di esercizi di kihon, di kata o di kumite.

Penso che, nella maggior parte dei casi, quando uno tsuki è efficace, l'efficacia dipenda dal caso. Lo affermo a partire dalle mie esperienze, poiché ho esaminato l'efficacia degli tsuki, ricevendone io stesso sul mio ventre, precisamente sul plesso solare, diverse decine di migliaia fino ad oggi».

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