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Tratto da "Storia del Karate" di K. Tokitsu - Luni Editrice

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La tecnica di tōate dello Shintaidō e di alcune correnti dello Shōtōkai è accessibile a tutti attraverso un processo di allenamento. Questo permette di stabilire l'ambito di un condizionamento che facilita la comunicazione energetica tra i partner, mentre quella di S. Egami sembra invece essere stata realizzata in maniera pressoché indipendente da condizionamenti. Non possiamo certo più verificarlo, mi accontento di fare un'ipotesi. È dopo lunghi anni di intenso lavoro sulle tecniche di combattimento che S. Egami ha acquisito la propria capacità di tōate. Mi chiedo se un elemento motore di questa trasformazione della tecnica non sia stato l'approssimarsi della morte, e l'integrazione della morte nella sua pratica. Avendo detto «sono morto una volta», egli prosegue le sue ricerche nel karate con una grande vicinanza alla morte, durante gli ultimi vent'anni della sua vita. Andando al limite della vita, ha forse potuto liberarsi degli ostacoli che impediscono abitualmente alle nostre capacità potenziali di dispiegarsi? Non è per scelta che S. Egami ha sfiorato la morte. Secondo i documenti, la maggior parte di coloro che hanno sviluppato delle capacità strane o straordinarie, avevano praticato un'ascesi che li aveva condotti vicino alla morte.
Questa attitudine ascetica è presente a diversi gradi nella pratica delle arti marziali giapponesi. La pratica ascetica non costituisce un obiettivo in sé, ma mira ad un approfondimento della coscienza facilitando la comprensione dei fenomeni naturali e sociali. La tradizione giapponese delle arti marziali valorizza questa pratica, poiché è associata al pensiero buddista dell'approfondimento della conoscenza di sé diretto verso l'apertura alla vita universale. L'acquisizione di una capacità tecnica notevole è considerata come un segno concreto dell'avanzamento in questa via e del progredire della personalità. Per questo, la ricerca dell'efficacia si accompagna spontaneamente a un'etica. Qui viene a galla il pensiero dialettico giapponese sul corpo e lo spirito: approfondendo la qualità e la capacità tecnica attraverso il corpo, possiamo elevare il nostro livello spirituale, e viceversa. Ma il lavoro sullo spirito passa attraverso il corpo.
Così lascio aperta la questione per ciò che concerne il tōate di Shigeru Egami.
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© Kenji Tokitsu. Tutti i diritti riservati.
Riprodotto con l'espressa autorizzazione dell'autore
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L'autore può essere contattato all'indirizzo: http://www.tokitsu.com

Tratto da "Storia del Karate" di K. Tokitsu - Luni Editrice

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Penso che l'espressione tōate sia scelta male, perché questa parola, che significa «urtare a distanza», evoca l'energia di un pugno tirato come un colpo di pistola. Per questo seri adepti di arti marziali hanno voluto capire questo fenomeno e imparare questa tecnica. Alcuni lanciano una sfida, fin qui non raccolta, per testare la validità di questa tecnica. Ricordandoci l'ostinato percorso nella ricerca dell'efficacia dello tsuki, pensiamo che se avesse incontrato questo fenomeno nella sua giovinezza sarebbe stato certamente tra i primi a volerlo testare per verificarne l'efficacia. Secondo il processo analizzato sopra è evidente che la situazione del combattimento e quella del tōate sono diverse.
Constatiamo, nei metodi dello Shintaidō, la ripetizione di semplici gesti fino allo sfinimento, che permette di limitare gli effetti della coscienza, la scomparsa di alcuni malesseri, l'ipersensibilizzazione alla presenza altrui. Questi elementi sono simili a metodi impiegati in alcune sette. Essi riducono la coscienza e rischiano di far perdere la distanza critica rispetto a quello che si fa. Se vi sentite bene e scoprite un benessere mentale e fisico, tutto sembra perfetto. Quelli che non conoscono questa fortuna vi sembreranno perfino da compatire, perché si sono messi su una via «errata». In ogni caso siete convinti di seguire la strada buona. Sono i sintomi tipici di una persona che subisce l'influenza di una setta religiosa.
Non voglio affatto dire che lo Shintaidō sia una setta, al contrario, questa disciplina è basata su una coscienza acquisita grazie ad un approfondimento delle arti marziali giapponesi. Voglio unicamente mettere in guardia contro i possibili rischi nell'applicazione di questo metodo. Il fenomeno del tōate è una scoperta interessante soprattutto nel campo degli studi psicofisiologici. Forse può offrire un appoggio e un riferimento concreto per far avanzare la riflessione scientifica sulla pratica corporea. Tuttavia l'ambiguità e la confusione con l'efficacia di un colpo effettivo, mettono questo fenomeno al margine delle arti marziali con un'etichetta mistica, cosa che contribuisce a impedire di avvicinarlo con obiettività scientifica.
Tuttavia resta una domanda. Il tōate praticato oggi nello Shintaidō, che ho analizzato sopra, e quello di S. Egami, sono simili? Penso che non si tratti esattamente della stessa cosa. Se S. Egami ha potuto realizzare il tōate in situazioni di combattimento libero, di fronte ad un avversario che cercava di tirargli un colpo reale, questa capacità è senza alcun dubbio un esito magnifico della sua ricerca. Si tratta allora del vero tōate, in una situazione in cui l'energia di un combattente si oppone, urta e interferisce con quella dell'altro. Nella storia delle arti marziali giapponesi, si incontrano spesso testimonianze su capacità del genere.
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