Tratto da "Storia del Karate" di K. Tokitsu - Luni Editrice

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Penso che l'espressione tōate sia scelta male, perché questa parola, che significa «urtare a distanza», evoca l'energia di un pugno tirato come un colpo di pistola. Per questo seri adepti di arti marziali hanno voluto capire questo fenomeno e imparare questa tecnica. Alcuni lanciano una sfida, fin qui non raccolta, per testare la validità di questa tecnica. Ricordandoci l'ostinato percorso nella ricerca dell'efficacia dello tsuki, pensiamo che se avesse incontrato questo fenomeno nella sua giovinezza sarebbe stato certamente tra i primi a volerlo testare per verificarne l'efficacia. Secondo il processo analizzato sopra è evidente che la situazione del combattimento e quella del tōate sono diverse.
Constatiamo, nei metodi dello Shintaidō, la ripetizione di semplici gesti fino allo sfinimento, che permette di limitare gli effetti della coscienza, la scomparsa di alcuni malesseri, l'ipersensibilizzazione alla presenza altrui. Questi elementi sono simili a metodi impiegati in alcune sette. Essi riducono la coscienza e rischiano di far perdere la distanza critica rispetto a quello che si fa. Se vi sentite bene e scoprite un benessere mentale e fisico, tutto sembra perfetto. Quelli che non conoscono questa fortuna vi sembreranno perfino da compatire, perché si sono messi su una via «errata». In ogni caso siete convinti di seguire la strada buona. Sono i sintomi tipici di una persona che subisce l'influenza di una setta religiosa.
Non voglio affatto dire che lo Shintaidō sia una setta, al contrario, questa disciplina è basata su una coscienza acquisita grazie ad un approfondimento delle arti marziali giapponesi. Voglio unicamente mettere in guardia contro i possibili rischi nell'applicazione di questo metodo. Il fenomeno del tōate è una scoperta interessante soprattutto nel campo degli studi psicofisiologici. Forse può offrire un appoggio e un riferimento concreto per far avanzare la riflessione scientifica sulla pratica corporea. Tuttavia l'ambiguità e la confusione con l'efficacia di un colpo effettivo, mettono questo fenomeno al margine delle arti marziali con un'etichetta mistica, cosa che contribuisce a impedire di avvicinarlo con obiettività scientifica.
Tuttavia resta una domanda. Il tōate praticato oggi nello Shintaidō, che ho analizzato sopra, e quello di S. Egami, sono simili? Penso che non si tratti esattamente della stessa cosa. Se S. Egami ha potuto realizzare il tōate in situazioni di combattimento libero, di fronte ad un avversario che cercava di tirargli un colpo reale, questa capacità è senza alcun dubbio un esito magnifico della sua ricerca. Si tratta allora del vero tōate, in una situazione in cui l'energia di un combattente si oppone, urta e interferisce con quella dell'altro. Nella storia delle arti marziali giapponesi, si incontrano spesso testimonianze su capacità del genere.
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Analizzo il fenomeno del tōate dello Shintaidō nel modo seguente.
Durante le sedute di allenamento, esercitatevi ad alcuni movimenti le cui cadenze siano relativamente semplici. Immergetevi nella ripetizione di questi movimenti le cui cadenze siano relativamente semplici. Immergetevi nella ripetizione di questi movimenti con il corpo rilassato, fino allo sfinimento; otterrete allora la sensazione che il vostro corpo sia diventato come le alghe sul fondo del mare, che rispondono al minimo movimento delle correnti. Questi esercizi mirano a sopprimere provvisoriamente i comandi volontari, percezioni e azioni del corpo, per lasciarlo invadere da sensazioni di livello più arcaico. Si potrebbe dire che in voi la parte cosciente si è esaurita, mentre un'altra parte, più spontanea, più vicina al registro emozionale, predomina. In questa situazione l'acuità intuitiva aumenta e la sensibilità è più aperta agli stimoli degli altri. Se vi esercitate tenendo le mani di un partner, potrete sentire i suoi minimi movimenti. Continuando questi esercizi, comincerete a sentire, attraverso il contatto sottile delle mani, i movimenti della volontà del partner.
La sensazione importante è quella di una fusione con il partner. Quando sentite, con coloro che sono con voi, di fronte a voi, attorno a voi, la sensazione di essere profondamente insieme, il vostro corpo reagisce riflettendo le loro minime intenzioni. Visti dall'esterno, sembrerete in trance, e si potrebbe dire che lo siete effettivamente. Coltivando la sensazione di comunicazione interpersonale, energetica, in queste condizioni, potete sviluppare un'acutezza particolare, che vi permetterà di captare la presenza dell'altro: dapprima i suoi movimenti, poi le sue intenzioni.
In questo spazio interpersonale, ipersensibile, costruito su una reciproca fiducia, un partner potrà rispondere in modo dinamico a un'intenzione dell'altro. Quando i due partner sono lontani di qualche metro, se l'uno fa un movimento, con il pensiero di fondersi con l'altro, effettuando un'estensione volontaria e spontanea del proprio corpo nel suo spirito, l'altro, ipersensibile, reagirà come se fosse stato colpito da un'energia invisibile e sarà proiettato indietro. Ma, contrariamente all'impressione dello spettatore, chi sarà proiettato non sentirà il dolore che sentirebbe se venisse effettivamente colpito da un pugno. Al contrario, egli sentirà la forte, soddisfacente sensazione di effettuare un incontro e una fusione energetica notevole. In qualche modo avrà l'impressione di aver ricevuto una scarica elettrica non aggressiva, che avvolge la totalità del suo corpo, pur stimolando un punto centrale di quest'ultimo.
Questa esperienza risveglierà sensazioni differenti da quelle a cui siamo abituati. Durante l'allenamento, una persona può così imparare a liberare un livello di energia vitale, che nella vita quotidiana è tenuto sotto controllo. Quando, attraverso questi esercizi e queste esperienze, riesce ad eliminare queste pressioni, essa può provare una sensazione d'essere del tutto nuova. Così, queste esperienze possono aiutare coloro che provano certi malesseri di origine psicosomatica, a recuperare la salute facendo circolare meglio l'energia e permettendo loro di liberarsi di varie tensioni.
Ecco, presentata sommariamente, la mia analisi del processo del tōate. Vista dall'esterno, la situazione assomiglia a quella di una persona che si fa proiettare ricevendo un colpo, ma dobbiamo capire che non si tratta di un colpo simile a quello che si porta nel combattimento di arti marziali. Non sono simili né lo stato mentale né le conseguenze. Poiché nel combattimento i due avversari sono in opposizione, la loro energia combattiva si urta ed interferisce con quella dell'altro, mentre nel tōate i partner sono in armonia e cercano, ciascuno di fondersi con l'energia dell'altro. In combattimento, se uno degli avversari viene proiettato violentemente come nel tōate, ricevendo un colpo effettivo, rischia di essere ferito e di morire. Invece nel tōate chi è stato proiettato sentirà, ben dopo la ricezione, qualcosa come l'effetto di un trattamento radicale di benessere.
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Per ciò che concerne il karate di S. Egami, si impone un'altra domanda: quali sono la portata e le possibilità del suo karate, che esplora una nuova forma di efficacia prendendo una direzione mistica?

Abbiamo visto che, tecnicamente, egli è giunto ad un'efficacia mediante la quale i suoi allievi venivano proiettati senza che li toccasse. Il tōate, il colpo a distanza, significa precisamente: una tecnica che permette di dominare il proprio avversario senza toccarlo. S. Egami ha detto: "Se qualcuno attacca me, me che sono così malato, morirà". Secondo le testimonianze che ho raccolto, S. Egami sembrava aver acquisito una capacità particolare, malgrado le sofferenze continue. Le persone che mi hanno riferito queste testimonianze mi sono sembrate degne di fiducia. Se, alla fine della sua ricerca sull'efficacia del pugno nel karate, S. Egami ha acquisito una capacità del genere nello tsuki, questa scoperta mi sembra rivoluzionaria. Lo tsuki è una tecnica che da' un impatto toccando il corpo dell'avversario, trasmettendogli una forza a partire dal punto in cui lo si tocca.

La preoccupazione di S. Egami era, in primo luogo, di cercare come concentrare la forza al momento dell'impatto. Se egli è pervenuto a proiettare questa forza partendo da una posizione lontana e senza toccare il corpo dell'avversario, bisogna dire che è la forma di tsuki di più alto livello che possiamo immaginare.

In che misura la tecnica di tōate è efficace?
Questa domanda è oggi senza risposta, poiché Shigeru Egami è morto.

La tecnica del tōate è spesso mostrata nelle dimostrazioni di Shintaidō che sono la continuazione dell'idea della pratica che aveva S. Egami (Notiamo che il karate di S. Egami viene praticato oggi dai gruppi dello Shōtōkai e da quelli dello Shintaidō). Ma penso che ciò che si vede oggi nello Shintaidō non abbia la stessa qualità della tecnica di S. Egami . Se si tratta della stessa cosa, è allora piuttosto un fenomeno psicofisiologico che una tecnica.

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L'idea dell'armonia e la via appariranno fragili e deboli a un principiante o a chi valorizza la forza fisica, ma niente è più forte dell'armonia e della via, poiché esse si situano sulla più alta vetta della ricerca di un'arte marziale».
Sul piano tecnico, le conseguenze sono il passaggio dalla durezza alla cedevolezza: «Le mie tecniche sono cambiate, andando dalla dispersione verso la concentrazione, dalla durezza del corpo verso la forza nella cedevolezza.
Tutto va verso lo stato naturale, cosa che ha per effetto di ringiovanire il corpo e lo spirito.
L'efficacia e il modo di espressione sono cambiati quando ho seguito il mio metodo di allenamento con tecniche di base, kata e combattimento.
I cambiamenti dovevano rendere la pratica più forte e più estetica.
Il ritmo dei movimenti tecnici equivale ad una musica, i tracciati disegnati nello spazio sono dipinti su una tela che è l'universo. Bisogna allenarsi al fine di fondersi con la natura e l'universo. La via del karate può servire da base a tutti i tipi di arte, ed essa è anche un risultato ultimo dell'arte marziale...»
S. Egami si interroga a lungo sulla via del karate e sul suo divenire:
«Bisogna dire che la situazione, nell'ambito attuale del karate è completamente degradata. Di fronte a questa situazione sento anch'io una responsabilità. Nella mia giovinezza, ho pensato e ho agito con l'idea direttrice di essere efficace in una situazione reale. Ho quindi praticato principalmente il combattimento libero, che è la forma originale dell'attuale combattimento da competizione. Per rendere potenti i miei pugni mi sono allenato al makiwara più rigido. Mi sono così allontanato dall'allenamento essenziale. Non capisco perché il karate continui, oggi, ad evolversi nella direzione errata, che era la nostra già molte decine di anni fa, all'opposto della direzione giusta. Se si definisce il karate come una pura competizione sportiva, non ho niente da dire. Ma non è tempo di riflettere, per ridefinire che cosa deve essere il karate?».
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